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PAESE NOSTRO povero ma bello

La copertina del libro di Tonino Filomena

La copertina del libro di Tonino Filomena

Questo non è un libro. Non è un libro di storia. Non è un romanzo. Non è un saggio di sociologia o di antropologia. Non è un diario né un reportage.

Questo è un viaggio per risalire alla memoria. E’ il viaggio che prova a recuperare la memoria di una comunità tra le immagini e la cronaca di un tempo andato. E’ un viaggio percorso da un fanciullo, fattosi adulto, che corre sul binario della storia d’Italia e del paese nostro che è Maruggio. E’ il viaggio all’interno di quel periodo mitico che va sotto il nome di anni Cinquanta. Sono anni sconosciuti dai nostri giovani e dimenticati dai nostri anziani.

E’ una raccolta di ritratti che illustrano scene e volti di un piccolo mondo antico che scorrono lentamente sotto i vostri occhi. E’ un invito a guardare più che a leggere i ritagli di un’età lungo il sottile filo che unisce la piccola storia locale (fissata nel breve spazio di un click) alla grande storia nazionale. Sono frammenti d’eternità consegnati alla storia personale di chi intende riconoscersi nella maruggesità degli anni raccontati in queste pagine.

E’ la storia vissuta di tante piccole storie vissute  e biografie minute. Attraverso l’eloquenza muta di un semplice e consunto ritratto, offerto e raccolto casualmente (senza preferenza alcuna) abbiamo voluto dare un volto ai sentimenti, senza pudore, per far venire alla luce non gli effetti ma gli affetti che ci appartengono. E’ il breve e lungo cammino sulle orme della nostra infanzia e la giovinezza dei nostri papà. E’ il filo doppio che lega le varie generazioni della nostra Terra alla Terra che ci appartiene… nonostante tutto. Sono le nostre radici che non gelano.

E’ un album-documentario dove nulla è inventato e tutto è reale. Al lettore gli viene offerta la verità nella sua interezza perché con la fotografia egli vive il suo momento all’interno della sua comunità. La fotografia, dunque, come ricerca, tecnica della riproduzione della fattualità e mezzo di diffusione della verità[1].

Le fotografie qui proposte, possono permettere a chi ci legge di “catturare” gli istanti storico-documentari del paese nostro. E, per meglio leggere i nostri istanti, abbiamo ritenuto opportuno sistemare le fotografie in due gruppi. Il primo gruppo, che si apre con un ritratto risalente all’Ottocento (l’epoca delle immagini, antesignana della televisione), raccoglie i volti e i luoghi del primo Novecento. Il secondo gruppo recupera la memoria storica della nostra comunità vissuta nei primi anni del secondo Novecento: gli anni Cinquanta.

Recuperare la memoria di un popolo che, forse, ha perso la memoria barattandola con la modernità o addirittura con il post-moderno, non vuol dire salvare il «buon tempo antico». Recuperare la memoria degli anni Cinquanta ovvero il tempo delle mele o meglio dei fichi dei nostri genitori o il tempo dei limoni rubati da noi bambini, non significa voler stilare il menù delle nostalgie o versare lacrime sul tempo che fu. Sia ben chiaro, chi scrive non è ammalato di torcicollo. Chi rimpiange il vecchio per il nuovo non ha capito niente né del vecchio, né del nuovo. Chi rimpiange la vecchia civiltà contadina non l’ha mai conosciuta da vicino. Solo chi sogna le pecorelle a brucare i prati maruggesi o chi ama il «pio bove» può rimpiangere il passato. Il passato nella letteratura è quasi sempre lontano dalla realtà. La vita quotidiana che fluisce nelle pagine che seguono è presentata così com’è. Una vita istantanea. Fotografata. Scrivendo queste pagine l’autore si è sforzato (lo confessa) di non cadere nel lacrimatoio. La storia, le storielle, la cronaca minima e massima sono raccontate senza alcun rigurgito, senza alcuna nostalgia. Ciò non toglie agli anni presi in esame la grande umanità di un popolo che vive pulsando. Sono gli anni di una generazione povera ma bella, forte e coraggiosa, umile e dignitosa… ma pur sempre povera. La povertà. Questa conosciuta. La povertà si misura con o senza la pezza. Chi usa la pezza è figlio di povera gente. La pezza per tutta la famiglia. La pezza appesa al chiodo appuntato sul muretto del cesso che sta in fondo all’orto. Oltre la siepe dei gerani. La pezza multicolore che in futuro l’avrebbero sostituita con la carta igienica. La santa carta igienica (pura ovatta di cellulosa velata). Soffice e amata carta igienica. Come si fa ad avere nostalgia per una pezza, uno scampolo, un brandello, una striscia, uno straccio?

Spesso, chi ricorda, ama ripetere: «Si stava meglio, quando si stava peggio». Questa affermazione va respinta perché ognuno, testimone e attore del proprio passato, è portato a rimpiangere la propria infanzia sulla base della propria biografia.

Si può solo dire che l’esercizio del ricordo è uno dei più dolci e nobili segni di umanità, che fa bene al cuore e alla mente. Fanno male invece i filmati del nostro passato: vederli un anno dopo è straziante per la noia, rivederli trent’anni dopo è straziante per i volti, i luoghi e le persone inghiottiti nel gorgo del tempo, che rinfacciano la vita ai superstiti, peraltro sfigurati dagli anni. A malapena sono sopportabili le foto; meglio la memoria e quel che resta impigliato nella rètina, anzi nella retìna, che cattura pesci di passato nel mare morto dell’antichità. Tutto sommato siamo stati dei privilegiati, avendo vissuto due vite. Abbiamo visto il piccolo immenso mondo di ieri, come direbbe Stefan Zweig, durato millenni e finito solo pochi decenni fa. Siamo entrati nel terzo millennio dopo aver vissuto in pochi anni i millenni precedenti. Piccoli eroi dei due mondi, abbiamo usato la spada di legno e il cellulare, affacciandoci dal davanzale della nonna e dal display. Siamo stati un ponte e un passaggio, come diceva Zarathustra. E’ stato bello. [2]

Perciò, forse, l’autore di questo “non libro” non ama il suo passato da fanciullo più di quanto non ami il suo presente da adulto. O perché, forse, dentro ogni uomo adulto giace un bambino che non c’è più.

L’Autore


[1] La fotografia si afferma fin dal diciannovesimo secolo «…come potente mezzo di documentazione (fotoreporter) e di comunicazione, attivando l’interesse dei politici e del mondo della stampa ed a quel punto molti messaggi politici e commerciali, molte notizie di eventi si vestirono di fotografie, dando luogo a quel moderno paradigma della comunicazione destinato a non chiudersi mai: il triangolo tra politica, media e opinione pubblica. Nel periodo del trionfo del positivismo e del verismo nelle arti, dalla letteratura alle arti figurative, la fotografia si affermò anche come fonte di documentazione per la cronaca e per la storia, ma noi possiamo apprezzare queste immagini prima di tutto come testimonianze del loro tempo, che fu quello di una profonda trasformazione economica, sociale e politica di cui non si può non sentire ancora la straordinaria grandezza e il fascino per il modo in cui quella civiltà guardava al futuro…». (in: Alinari, Album dell’800, il Giornale Biblioteca Storica, Milano, 2004, p. 13).

[2] M. Veneziani, Il segreto del viandante, Mondadori Editore, Milano, 2003, pp. 37-38.

3 Commenti a " PAESE NOSTRO povero ma bello "

  1. Babao scrive:

    Il libro è una vera opera d’arte. Consiglio a chiunque (maruggesi e non) di acquistarlo.
    Complimenti Tonino!

  2. DANA scrive:

    “…Si può solo dire che l’esercizio del ricordo è uno dei più dolci e nobili segni di umanità, che fa bene al cuore e alla mente…”. Parole sagge caro Autore. Come sempre riesci a farci emozionare con le tue parole.

  3. Calyrich scrive:

    Grande come sempre..un Saluto Antonio!

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